Sta per arrivare il Natale. Petra e Jure sono due fratelli vivono in paesino friulano innevato con pochi
abitanti. La madre è in una casa di riposo e ripete spesso che la figlia è morta. Sono in ristrettezze
economiche e cercano ogni giorno di trovare il modo per guadagnare qualche euro in più. Si arrangiano
a fare ogni tipo di lavoro ma non basta. Petra è più cinica, concreta e determinata, Jure più buono e fin
troppo remissivo. Un giorno vedono per strada un cane che sta vagando. Poi, un avviso che ne
denuncia la scomparsa. Si chiama Marlowe e chi lo ritrova avrà una lauta ricompensa. Alla fine lo
rintracciano, lo portano con loro (Jure ci si affeziona immediatamente) e ora sono pronti per chiedere il
riscatto. Ma le cose vanno diversamente. In più la loro strada s’incrocia con Nicola, il nipote di
un’anziana abitante del posto che anche lei ha smarrito il suo cane.
C’è la neve come in ‘Fargo’ ma Ultimo schiaffo non è solo una dark comedy ma anche una favola
amara, un ritratto di provincia, una declinazione inaspettata delle forme del cinema natalizio.
Petra e Jure sono l’altra faccia della festa. Nessuno li accoglie, e qualcuno li sfrutta come il dipendente
della casa di riposo che chiede alla ragazza di andare a scommettere nei combattimenti di “Power
Slap”, una disciplina che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto. Qui entra in gioco
la dimensione surreale del film, quella che trasforma i personaggi, soprattutto nella parte finale in
marionette tragiche ma anche magiche.Sta anche qui lo strano potere di un film che può essere
insieme straniante ed evocativo, che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna
alle notizie da cui si è spesso bombardati (il podcast true crime). Ma lo fa sempre seguendo il punto di
vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra, forse variazioni degli outsider del cinema di
Kaurismäki dove anche Oleotto combina tristezza e ironia. Contemporaneamente, il regista disegna
precise traiettorie geografiche dove il paesaggio non è solo lo sfondo ma parte integrante del racconto.
‘Ultimo schiaffo’ potrebbe essere ambientato in qualsiasi epoca, eppure è fortemente centrato sulla
contemporaneità. L’approccio è più pittorico che realistico. Oleotto dona al film delle pennellate di
colore che sono forse come frammenti soggettivi del suo legame e della memoria con i luoghi che gli
appartengono, combina generi diversi non per creare una contaminazione ma per seguire piuttosto gli
umori altalenanti della storia.A dodici anni da ‘Zoran, il mio nipote scemo’ da cui arriva anche Giuseppe
Battiston che qui interpreta il ruolo di Don Attilio, il cineasta (che nel frattempo ha lavorato anche in tv
dove ha diretto le serie ‘Volevo fare la rockstar’, ‘Eppure cadiamo felici’ e i primi quattro episodi di
‘Maschi veri’) firma un’altra ballata sull’alienazione con qualche caratterizzazione che talvolta esce fuori
controllo (il personaggio di Nicola) ma che trova nei due protagonisti Adalgisa Manfrida e Massimiliano
Motta le incarnazioni di un cinema che mantiene il fascino gentile e la purezza dello sguardo del primo
film.In più, trova svolte narrative inaspettate (l’improvvisato pranzo di Natale è tra quelle più attraenti)
seguendo le traiettorie della casualità delle vita. Così, sempre sullo sfondo natalizio, ‘Ultimo schiaffo’
lascia come l’impronta malinconica di una canzone, tipo ‘River’ di Joni Mitchell.