dal 3 febbraio 2011
orario: 15.45 - 18.05 - 20.20 - 22.35

Hugo Cabret
Titolo
originale: Hugo Cabret
Nazione: ItUSA
Anno: 2011
Genere: Avventura
Durata: 125'
Regia: Martin Scorzese
Sito ufficiale:
http://www.hugomovie.com/
Cast: Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa
Butterfield, Chloe Moretz, Ray Winstone.
Produzione: GK Films
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 3 febbraio 2011 (cinema)
Al Cinema Farnese: 3 febbraio 2011
PREZZI
DAL LUNEDI' AL VENERDI'
€ 6,00 i pomeridiani e
€
8,00 i serali
IL MERCOLEDI'
€ 6,00 tutti gli spettacoli,
FESTIVI (SABATO E DOMENICA)
€ 8,00 tutti gli spettacoli.
DAL LUNEDI' AL VENERDI'
RIDOTTO PER ANZIANI E STUDENTI, BIBLIOCARD E METREBUS ANNUALE.
Trama
Il piccolo Hugo Cabret vive nascosto nella stazione di Paris Montparnasse.
Rimasto orfano, si occupa di far funzionare i tanti orologi della stazione e
coltiva il sogno di aggiustare l'uomo meccanico che conserva nel suo
nascondiglio e che rappresenta tutto ciò che gli è rimasto del padre. Per
farlo, sottrae gli attrezzi di cui ha bisogno dal chiosco del giocattolaio,
un uomo triste e burbero, ma viene colto in flagrante dal vecchio e derubato
del prezioso taccuino di suo padre con i disegni dell'automa. Riavere quel
taccuino è per Hugo una questione vitale.
Recensione
Alla fine della storia (e della proiezione)
non hai dubbi: cinema e vita non possono che andare a braccetto, perché uno
senza l'altra non hanno ragione di esistere. La vita senza sogni (e il
cinema è la forma che prendono i sogni, nel film lo dicono più di una volta)
rischia di essere una triste e frustrante esperienza, schiacciata dal
grigiore quotidiano. Ma il cinema senza la vita (e la gioia) di chi l'ha
fatto e di chi lo guarda, finisce per essere un reperto da museo, una
scatola chiusa conservata dentro un cassetto. Un «messaggio» che però ha
bisogno almeno di un'altra condizione per realizzarsi, quella di mettere in
rapporto generazioni diverse, vecchie e giovani. Come nonno Georges e
l'adolescente Hugo. Georges è Méliès (Ben Kingsley), il padre del cinema
insieme ai Lumière, che nel film incontriamo nel 1931, deluso e dimenticato,
proprietario nella Gare Montparnasse di Parigi di un negozietto di
giocattoli meccanici che lui stesso costruisce. Il giovane è Hugo Cabret (Asa
Butterfield, straordinariamente ben scelto) che vive solo nei meandri della
stazione occupandosi dei suoi tanti orologi ferroviari, prima come aiutante
di uno zio ubriacone e poi, quando l'uomo sparisce, attento a non farsi
prendere da un baffuto e inflessibile ispettore (Sacha Baron Cohen) che
spedisce tutti i bambini soli in orfanotrofio. Perché anche il padre (Jude
Law) è morto in un incendio, ma dopo avergli trasmesso la passione per i
meccanismi da aggiustare, soprattutto quelli che dovrebbero far muovere un
meraviglioso, complicatissimo e misteriosissimo automa. Oltre all'idea che,
come in ogni congegno, tutte le persone devono avere un posto e una funzione
nel mondo. Posto che né lui né nonno Georges sembrano invece capaci di
trovare.
A questo punto, lo spettatore appena un po' abituato a masticare cinema, ha
già capito che i due temi forti di Scorsese - la sfida del singolo per
trovare un posto tra gli uomini e l'amore per il cinema come lente di
ingrandimento per capire la realtà - ci sono entrambi in questo Hugo Cabret
e può divertirsi a trovare citazioni e allusioni in ogni inquadratura o
quasi. A facilitare il compito entra in scena anche una «nipote adottiva» di
nonno Georges, Isabelle (Chloë Grace Moretz), grande divoratrice di libri ma
totalmente digiuna di cinema: lei cita Heathcliff e Sydney Carton, David
Copperfield e Jean Valjean, lui la porta a vedere Harold Lloyd, le parla di
Douglas Fairbanks, del potere dei film di far dimenticare i dolori e insieme
riusciranno anche a scoprire il mistero dell'automa. Ma la forza e la
bellezza di questo film (e la sua capacità di commuovere, anche) non stanno
nel piacere di ritrovare le tantissime citazioni che il cinefilo Scorsese
lascia cadere nel film. Il vero messaggio che sembra volerci mandare è
quello di una «innocenza della visione» che va riconquistata e ritrovata
ogni volta, magari seguendo proprio il percorso che fanno Hugo e Isabelle,
leggendo libri, guardando fotografie e ascoltando ricordi (cioè recuperando
il passato e la sua storia).
Per riuscire davvero a «guardare» il cinema bisogna essere capaci di
liberarsi dai propri pregiudizi (come non sembra più capace di fare nonno
Georges) e tornare spettatori innocenti (come invece riesce ai due
adolescenti), come quelli che si alzano impauriti alla proiezione del treno
che arriva nella stazione di La Ciotat (scena, non a caso, citata due volte:
repetita iuvant...). In fondo il cinema, di ieri o di oggi, è solo una
questione di meccanismi capaci di funzionare a dovere, dove ogni cosa trova
il suo posto e la sua funzione. Solo così l'emozione e l'ammirazione
potranno tornare a gratificare lo spettatore. Questo «insegnamento» Scorsese
l'ha trovato nel romanzo illustrato La straordinaria invenzione di Hugo
Cabret (in italiano da Mondadori) di Brian Selznick, pronipote del tycoon
hollywoodiano, e gioiello di invenzione e passione cinematografica. Alla
storia (sceneggiata da John Logan), il regista ha aggiunto l'utilizzo di un
3D finalmente creativo (era dai tempi di Avatar e Coraline che non succedeva
più), capace per una volta di far entrare lo spettatore nei «meccanismi» del
mondo, oltre che della gare Montparnasse. Ma soprattutto ha saputo
iniettargli quell'idea di cinema come passione e come vita che solo un
regista eternamente «bambino» come lui sa trovare. E che anche gli
spettatori possono riconquistare: basta che gli affidino con fiducia i
propri cuori.
PAOLO MEREGHETTI