
Speciale
Farnese CinemaLab alla Croisette
1mo giorno
Sesto giorno da Cannes
Prima di passare al racconto dei film visti e alle emozioni del red
carpet, vorrei raccontarvi di alcuni personaggi che mi è capitato di
incontrare in questi giorni. Rispetto al festival di Venezia, Cannes è meno
umano, nel senso che dà meno opportunità di conoscenza e di scambio, ma
semplicemente per un discorso di grandezza, di una realtà gigantesca che
corre e si muove da una parte all'altra della città. Ma questo non vuol dire
che non ci possano essere occasioni di scambio, e soprattutto interessanti
storie che aiutano la riflessione. Ad esempio, la mia vicina di treno, oggi
pomeriggio, era la figlia di un immigrato siciliano. Ma, un immigrato
siciliano che veniva dalla Tunisia, dove era emigrato precedentemente suo
padre. Quindi il giro è stato Sicilia, Tunisia, Francia. E la stessa cosa ci
ha raccontato un ristoratore, due sere fa, dicendoci "talìa", e scherzando
sul fatto che suo nonno era di Trapani e non di Corleone. Lascio a voi
qualsiasi riflessione su tante situazioni di cui parliamo ultimamente.
Due altri personaggi meritano una menzione: un gentile signore che, seduto
accanto a me in sala, ad un certo punto ha tirato fuori dallo zaino un
sacchetto di madeleine (e mi ha fatto pensare a Proust!) offrendomele, e una
signora che domenica mattina continuava a parlarmi in francese, sebbene le
avessi detto di non comprenderlo, e poi ha preso il giornale, mi ha mostrato
Johnny Depp e mi ha detto, senza ironia: "Questo è il mio fidanzato!".
Per quel che riguarda i film questa volta cominciamo dall'ultimo, quello di
Malick. Intanto l'ho visto avendo in sala Brad Pitt e Sean Penn...e potrei
dire: ho detto tutto! Ma, a parte l'ironia, devo confessarvi che è stato
emozionante passare sul red carpet, avendo ai lati tutti questi fotografi
assiepati, in smoking, che fotografano anche te che sei un perfetto
sconosciuto...insomma, l'adrenalina sale comunque! E poi il volto di Sean
Penn...che spettacolo, parla anche se è immobile!
Sul film non so come pronunciarmi....The tree of life è un film difficile,
un discorso sia personale che artistico del regista, un film difficile per
una sala...bellissime immagini ed ecco, forse troppo...ovviamente il parere
è mio, ma sinceramente mi è sembrata una ricerca "non sincera", o comunque
spinta troppo oltre. Bella l'idea di raccontare l'infanzia, un tratto di
vita dei protagonisti,non attraverso il racconto puntuale delle vicende, una
storia, come siamo abituati al cinema, ma attraverso i momenti,
vorticosamente liberati sullo schermo uno dietro l'altro. Poi gli inserti
quasi documentaristici, sull'origine dell'uomo, del mondo, la natura.Ed
ecco, forse questa è una delle cose che non mi è piaciuta, la voce un pò
sussurrata, quasi da hotline, che pronunciava questi farsi-sermoni...con
l'ulteriore difficoltà di capirla, visto che era con accento americano, e
coperta quasi dalla musica. Ecco, la musica l'ho trovata
superlativa!!Insomma, un film complesso, che va studiato, analizzato,
assimilato forse...e magari torneremo a parlarne in un altro momento.
Dopo una bella passeggiata turistica per Cannes, la mattina si è aperta con
Unforgivable, di Techinè. Ambientato a Venezia, racconta una, due, cinque,
dieci storie...nel senso che tanti sono i percorsi che si dipanano, ma senza
una precisa definizione di quello principale, e l'effetto finale mi è
sembrato quello di un film un pò superficiale...bellissima,da togliere il
fiato, Carole Bouqet, una bravissima Adriana Asti, qualche marchetta sparsa
quà e là nel film....e soprattutto i soliti stereotipi sugli ialiani, che si
sposano presto, cantano e mangiano...e poi due ore!! Ma i signori registi
contemporanei si ricordano che il proprio del linguaggio cinematografico è
il montaggio? Perchè non lo usano? A me sembra che davvero inseriscano quasi
tutto quello che girano....tagliate, il pubblico ve ne sarà grato... a meno
che davvero non si abbia qualcosa in più da dire!!
Il pomeriggio è poi proseguito con The Island, di Kalev. Un film strano, che
alla fine credo che sia fondamentalmente un film sui film, e sui diversi
registri che un film può avere. Si parte con tutti gli elementi del
thriller, un inizio tranquillo, poi il primo plot point, direbbero i
tecnici, e la vicenda si introbidisce, e il film comincia a deviare verso lo
psicologico, ma vira talmente tanto che sfocia nella tragedia greca, e
successivamente nella visionarietà!! E fin qui....ma grandissimo colpo di
scena, al secondo plot point, ecco che il protagonista fa una chiamata, che
sembra annunciare il tranquillo happy ending, ma....colpo di scena, il film
cambia registro, e diventa praticamente una commedia, anche divertente,
viste le risate in sala!! Diciamo almeno 4 film in uno. Se la cosa era
voluta, coscientemente dal regista, è un genio....se è successo ma non se ne
è reso conto...fate voi!!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
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Quinto giorno da Cannes
Beh, il bottino dei film oggi ammonta a quattro titoli, ma non c'è storia.
Percè il primo della giornata è stato Le gamin au velo, dei fratelli
Dardenne, ed è anche quello che ha conquistato il podio, almeno per oggi.
Perchè come al solito, i nostri registi riescono a realizzare un racconto
non realista, ma reale, e i personaggi sono definiti, delineati, anche solo
attraverso uno sguardo, un tick, un gesto, ma con grande efficacia, tanto da
permettere allo spettatore di entrare nella vicenda e di conoscerli pur non
sapendo tanti dettagli sui loro precedenti, su ciò che li ha portati ad
essere ciò che sono quando li incontriamo. Ma la cosa più bella è la grande
semplicità con tutto viene narrato, in un modo però mai retorico, mai
banale, insomma, con quello scatto in più che solo i grandi hanno, riuscendo
a dare risalto e valore alle cose più piccole, apparentemente più
insignificanti.. Non c'è bisogno di grandi artifici, di trovate originali a
tutti i costi, di effetti speciali. Un ragazzino, una bicicletta, un padre
latitante e vigliacco, una parrucchiera. Ecco a voi, servita, una
prelibatezza cinematografica. Come si dice sempre degli abiti da sposa (ma
stavolta è vero!!ndr): semplice ma bello! Aggiungere altro mi sembra quasi
superfluo, se non un affronto alla bellezza del film che va "semplicemente"
visto. Da non perdere!!!!!!!!!!!!!!
I successivi tre titoli sono tutti all'interno della Quinzaine des
realisateurs e mi hanno visto presente al Theatre Croisette dalle 14 alle
2130. Probabilemnte da domani chiederò una bradina per rimanere direttamente
a dormire in sala!
Il primo della lista è En Ville o Iris in bloom di Mrejen e Schefler. Tanto
per cambiare tema (ndr!), si tratta fondamentalmente di una storia di
formazione di una giovane ragazza (qui siamo un pò oltre l'adoloescenza, ma
davvero di poco e quest'anno pare che non si sfugga dall'argomento, in
qualunque sezione del festival, come detto già ieri). Qui siamo alle prese
con Iris, che in attesa di decidere se andare a vivere con il suo pseudo-ex
ragazzo a Parigi, incontra e intrattiene una relazione non meglio
identificata con un fotografo, molto più adulto, che percorre il mondo con
tanto di compagna ufficiale cercando di cogliere nei suoi scatti quei luoghi
che secondo molti sono privi di una loro identità: rotonde, cartelli
stradali, impalcature di palazzi in costruzione e via dicendo. Insomma, un
film "intellettuale" o meglio, io direi, "intellettualoide", perchè i
dialoghi filosofici sui grandi o piccoli sistemi (cito: ma le donne sono il
futuro degli uomini?; Rigetto ogni tipo di ordine (riferito ai libri) - ma
come li trovi?-Non sono io che li trovo ma loro che trovano me; La paura più
grande è di ritrovarmi un giorno a essere diventata ciò che ora disprezzo
etc etc) non giustificano i vuoti, anzi, io direi le voragini di
sceneggiatura che ci sono...o meglio, forse il problema è che non c'è una
sceneggiatura, nel senso comune del termine. La protagonista, insomma, vaga
da una situazione all'altra senza una precisa consapevolezza di esistere, ma
quasi in uno stato di tranche che la porta ad avere uno sguardo che guarda
oltre, lontano.....troppo lontano, e infatti il film inciampa in una realtà
che non riesce e non vuole rendere, ed un oltre, un livello di astrazione di
cui però, purtroppo, non riesce a rendere le profondità.
Il successivo film è stato Play, di Ostlund. Il film secondo me è fatto
benissimo, grande l'idea di raccontare la realtà di una società attraverso
il racconto parallelo di due realtà stidenti tra loro, riuscendo, attraverso
il gioco dei contrasti, a mettere in evidenza ciò che si vuole dire, ma il
problema è la lunghezza del film. Probabilemnte a scuola non ci sono più i
professori di un tempo, che raccomandavano, per quel che riguarda i temi, di
essere "brevi, concisi e concettuosi). Perchè arrivati alla fine della prima
ora di film, la storia, il confronto e le dovute deduzioni erano già state
sviscerate (bullismo in una società apparentemente civile, corretta fino
all'estremo, ma forse formale nella sua correttezza e soprattutto cieca di
fronte ai drammi, anche qui, delle giovani generazioni di adolescenti), e
nella seconda ora si è assistito ad una dilatazione, ripetizione di quanto
detto, con effetti didascalici e ridontanti....pleonastici, avrebbero detto
i bravi professori già citati. Insomma, un bel film all'interno di un film
troppo troppo lungo rispetto a quel che vuole raccontare.
Il quarto ed ultimo film della giornata è stato Code Blue. Un cartello fuori
del cinema avvertiva della presenza di scene che avrebbero potuto urtare la
sensibilità degli spettatori, stessa avvertenza data dalla regista prima
della proiezione, una collega mi aveva avvertito di non mangiare (e comunque
chi ne avrebbe avuto il tempo!) prima del film per la crudezza delle sue
scene. Beh, forse ormai sono abituata a vedere di tutto, non so, ma certo
che alcune scene sono fortissime, difficili, oltre i limiti, così come lo è
la storia del film, ma ho visto di peggio (e chi era al cinema a Bologna con
me lo scorso novembre, fino alle due di notte, sa a cosa mi riferisco!).
Stiamo parlando di una solitudine, che però sfocia in ossessione, in delirio
(ci sono momenti in cui non si capisce cosa è realtà e cosa visione
ossessiva), in omicidio attraveso inizioni letali ai malati terminali (la
protagonista è un'infermiera), in una distorsione del sesso che porta un
uomo e una donna a non riuscire a vivere un rapporto sessuale, e a dover
ricorrere alla masturbazione anche in presenza di un partner perchè
impossibilitati a vivere in maniera "naturale" un atto sessuale.
Perversione, ossessione, masochismo, autodistruzione. Forse, non sono le
scene quelle che possono urtare la sensibilità dello spettatore, ma il
messaggio che portano con sè, se vi si ferma l'occhio della riflessione.
Comunque, il film si segue benissimo, ed è girato davvero bene, con grande
attenzione e capacità. Voglio riportare una sola battuta, che ho trascritto
perchè riuscitissima. In un momento di crisi la protagonista si interroga
sui suoi errori, sul senso del peccatto e l'anziana con cui sta conversando
le dice: "Go to the church: they are in the forgivness business!". Ed una
notazione: i dialoghi sono ridotti all'osso, il film è per la maggior parte
del tempo silenzioso, almeno di dialoghi, se non di rumori. E quando c'è
silenzio sullo schermo, all'improvviso quasi tutti gli spettatori vengono
presi da tosse convulsa....una coindicenza, o l'imbarazzo di dover dare la
parola al silenzio?
Lasciandovi a questa profonda riflessione, vi informo solo che per domani ho
l'invito per la proiezione delle 1930 del nuovo film di Malick..presenti in
sala: Brad Pitt e Sean Penn, oltre al regista, naturalmente! E anche una
seconda mise serale giustifica il peso della valigia!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
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Quarto giorno da Cannes
Mentre guardavo i primi due film della
giornata mi è venuta in mente una riflessione. Come era successo a Venezia,
dove avevo trovato un tema ricorrente che legava molti film, in maniera
trasversale, e cioè quello del ritorno a casa, alla ricerca di sè stessi
attraverso le proprie radici, a Cannes potremmo dire che il tema dominante è
"la rabbia giovane", citando il Malick che stiamo aspettando ansiosamente.
Perchè sono già tre i film che ho visto (We need to talk about Kevin, La fin
du silence, The giants), ma a cui si aggiungono Sleeping Beauty e Restless
di Gus Van Sant, in cui protagonisti sono proprio gli adolescenti, la loro
rabbia, la loro inquietudine, il loro modo di declinare l'amore, in
famiglia, con gli amici, o alle prese con un partner.
La fin du silence è il primo della serie. Una famiglia alle prese con la
rabbia e la violenza di Jean, che sfoga sui propri familiari tutto ciò che
probabilmente non riesce ad affrontare con sè stesso. Una famiglia
impotente, che rimane prigioniera anche del pregiudizio per questa "pecora
nera" che sconta, come sempre succede, anche gli errori degli adulti, di un
padre violento, di rapporti sentimentali complicati, delle difficoltà di
essere fratelli. Luce calda, una bellissima scena di inseguimento nel bosco,
molte scene al buio, primi piani e inquadrature dal mirino del fucile che
Jean punta sulla selvaggina come sulla sua famiglia. Una carneficina di
sentimenti. Con interessante e straniante sottofondo di batteria su
crescendo da tragedia greca del finale.
A seguire The Giants di Bouli Lanners. Ecco di nuovo tre under 18, due
fratelli e un amico, alle prese con la vita da adulti. Abbandonati, in tanti
modi, dagli adulti che li circondano, fanno della loro amicizia
l'occupazione della loro estate solitaria. Le loro "imprese" sono raccontate
in maniera divertente, ironica, con un tocco di leggerezza, ma anche con un
ritmo che forse un po' si perde nella seconda parte del film. Ma forse solo
perchè le vicende costringono i tre ragazzini diventare giganti di fronte
alla vita,a rispondere con la violenza alla violenza, a prendere la
responsabilità della loro scelte, e biondi ossigenati come Mirko dei Beehive,
a prendere il largo del loro nuovo viaggio, che comincia con il lancio di un
telefonino in acqua.
Splendida l'interpretazione dei tre ragazzini, grande colonna sonora,
perfetta per raccontare in musica la storia del film.
Dopo un pomeriggio trascorso ad ascoltare dei parlamentari europei circa i
programmi Media ed altri dati sul cinema Europeo, e una passaggio a spintoni
su una Croisette gremita fino all'inverosimile per dei "pirati", il
pre-serale mi ha regalato un film di animazione in 3D. Tales of the night,
di Michel Ocelot. Tante storie, legate ai racconti e alle leggende di varie
popolazioni nel mondo (Africa, Sudamerica, India etc) raccontate attraverso
i bellissimi disegni che raffugurano longilinee figure nere di uomini e
donne di cui distinguiamo solo i profili e gli occhi, aperti su ciò che sta
per essere raccontato. Molto educativo, perfetto per i ragazzi e i bambini,
anche in una visione a più riprese, vista la brevità delle diverse storie
raccontate.
Per oggi solo tre film....ma domani mattina mi attendono i Dardenne, in
compagnia di altri 4 o 5 film... può bastare per oggi?
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
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Terzo giorno da Cannes
La giornata non è ancora finita (vi scrivo all'una di notte!). Il mio
"amico" Nanni ha avuto la proiezione del suo Habemus Papam, ma tutti gli
italiani presenti a Cannes lo avevano già visto, e allora parliamo degli
altri film visti oggi.
La giornata non si è aperta così bene come ieri. The Other side of Sleep
della Daly è un thriller, direi psicologico, che, per dirla brutalmente, mi
ha annoiato. Troppo cupo, troppo incentrato sulle ossessioni, gli incubi ,
il sonnambulismo pericoloso, le punizioni corporali e le uscite di matto di
una giovane ragazza...di cui però non si danno grandi spiegazioni, se non
nella morte violenta accaduta 20 anni prima, analoga a quella di una ragazza
del posto nei giorni in cui si svolge la storia, di una madre che Arlene non
ha quasi conosciuto. Sguardi inebetiti, silenzi che vogliono essere carichi
di qualcosa ma che risultano indecifrabili, acceleratore premuto sulla
recitazione della protagonista, che però ho visto con lo stesso sguardo alla
conferenza stampa .(?) Manca soprattutto una buona scrittura, secondo me, il
resto non poteva colmare tale vuoto. Alla fine della proiezione il silenzio
di tomba di una sala inebetita ha parlato più di mille recensioni.
Ma per fortuna il secondo film della mattina ha impresso una svolta rispetto
al precedente. Sto parlando di Jeanne Captive, or The Silence of Joan di
Ramos. Un film in costume, siamo nel 1430, e la storia parte dal momento in
cui Giovanna d'arco si getta della torre dove è prigioniera. Sopravvissuta,
verrà imprigionata nuovamente e venduta agli inglesi, prima di finire sul
rogo. Ma quello che il regista è andato ad indagare non è tanto la vicenda
storica, quanto la vicenda umana di Jeanne, e soprattutto il suo rapporto
con gli uomini che incontra, comportandosi conseguentemente. "My men decided
what you are for them; a witch to burn" dirà un comandante inglese ad un
certo punto. Ma non è per questo che Jeanne tace. Il suo silenzio
corrisponde a quello delle voci che in precedenza l'avevano accompagnata. "Without
my voices, I'm nothing" dirà ad un certo punto. Jeanne si sente abbandonata
da quel Dio che ritroverà solo di fronte all'immensità del mare, e sarà solo
allora che troverà voce il suo coraggio, consentendole di percorre il suo
cammino di croce.
A capire ed urlare la donna che Jeanne era veramente sarà un altro uomo, un
predicatore (lo splendido, come sempre, Amalric!),che così riassumerà la
storia della donna: "Il cuore di Jeanne, era tutto quello che voleva
offrirvi!". Il regista ha curato tutto personalmente, anche la fotografia, e
speriamo che continui a farlo visti i risultati. Mentre guardavo il film,
estasiata, mi veniva in mente un solo nome: Ermanno Olmi, e mi tornavano
alla mente le splendide immagini de Il mestiere delle armi. Ma anche la
stessa attenzione ai dettagli della natura, alle piccole creature e ai
movimenti più belli ed impercettibili. Luce bianca in esterno, luca calda
solo su Jeanne che viaggia dentro il carro, il buio illuminato solo dalle
fiaccole, o da una candela, le riprese del basso dei cavalieri, le campane e
lo stridore dei carri, insomma una fotografia ed una regia che parlano ancor
più dei dialoghi. E poichè siamo al cinema, e quello delle immagini è il suo
linguaggio, evviva!!! Insomma, avete capito o no che questo film mi è
piaciuto molto?
A ruota è venuto il tedesco Above us only sky di Schomburg, già premiato
alla scorsa Berlinale, ma che ancora non ha distribuzione in Italia, come mi
ha detto il bel tenebroso responsabile della Bavaria Film international. Un
film che ti spiazza, che, come dice Camilleri vada fatto nei gialli, non dà
più informazioni allo spettatore di quelle che ha la protagonista, e quindi
permette di sentire, di assumere su di sè, il trauma vissuto dalla
protagonista. E si va alla scoperta, attraverso una regia che spesso
incornicia l'immagine all'interno dell'inquadratura (come piace tanto a me!)
degli strani percorsi che una persona può seguire per cercare di curare le
proprie laceranti ferite. E siccome non si può vivere in un paese con un
cielo grigio, la risposta è l'andare a sud, a Marsiglia, per esempio, dove
c'è sempre il sole ...o almeno, quella che conta è la speranza che possa
splendere davvero in una vita oscurata dal dolore. Bello e intenso.
Last but not least, l'islandese Volcano di Runarsoon. Il titolo può trarre
in inganno. Il Vulcano si trova sull'isola da cui i protagonisti vengono, e
a cui, in un certo senso, torneranno, ma la storia è semplicemente una
storia d'amore. Non di adolescenti, non di giovani, non in crisi. Ma è la
storia di quell'amore più profondo, più intenso, quasi incomprensibile, che
unisce un uomo e una donna da 40 e più anni...nonostante l'uomo sia un
intrattabile, con un carattere irascibile, tanto che gli stessi figli si
chiedono il perchè dell'amore della madre verso quest'uomo. Ma ques'uomo
dimostrerà di poter superare sè stesso, il proprio carattere, i propri
limiti, e le abitudini di una vita, per soccorrere, curare, amare, senza
riserve, la sua Anne. Anche qui molti giochi di specchi, di immagini non
riportare direttamente, di sguardi dell'autore (e quindi dello spettatore)
attraverso scorci, porte semiaperte, cornici all'interno delle inquadrature.
E soprattutto primi piani, ma più spesso profili, che volgono lo sguardo
verso un dove che ci viene il desiderio di capire, di scoprire guardando il
film. Fino all'applauso finale, liberatorio di quel dolore e l'esperienza di
aver visto sullo schermo cosa è in grado di fare l'amore di fronte al
dolore.
Mi pare tutto per oggi....vi sembra poco?
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
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Secondo giorno da Cennas
La giornata si è aperta con una ventata di
allegria. Quella portata sulle mie labbra e su quelle di una sala piegata in
due dalle risate per la favola surreale che è The Fairy, La Fèe, una
commedia divertente, strampalata come i suoi protagonisti, allegra come i
colori della fotografia, semplice come le comiche, ma mai banale. Un
Solonodtz allegro, osereri dire! Un film a sei mani, visto che i registi
sono anche i tre attori principali, Dom, Fiona e Bruno, cioè Abel, Gordon e
Romy. Sei mani che disegnano un cane in una valigia, una donna che si dà il
rossetto mentre corre inseguita da una commessa, un appuntamento al bar
"L'amour flou", un balletto sott'acqua, una "What's a difference a day makes"
che viene sempre interrotta e "Youkali is the land of your desires, is
happyness and dreams...but Youkali does not exist!" E un pò come succede
nell'Illusionista (di Chomet, ndr), la conclusione scritta sulla lavagna è
che "Les fèes n'existant pas", "the fairies do not exist". Ma per fortuna
c'è sempre tempo per esprimere il terzo desiderio! Come dice Fiona: "Take
your time!".
Piccolo intermezzo per la prima riunione della giuria di cui faccio parte,
quella dell'Europa Cinemas Label all'interno della Quinzaine (che emozione,
posso dire di essere una collega di De Niro, in questa Cannes 2011!) e poi
di nuovo di corsa verso un'altra proiezione!
Il secondo film della giornata è un film del concorso principale (il
precedente è della Quinzaine des Realisateur), We need to talk about Kevin
di Lynne Ramsay. Ho scelto di vederlo perchè c'era qualcosa nel titolo che
mi sembrava familiare. Vedendo il film ho capito cosa! Ho letto il libro da
cui è tratto! Man mano che la storia andava avanti mi dicevo: ma come mai
conosco già questa storia? Il film, come il libro, è drammatico. Una storia
dura, difficile, complessa, che è stata resa attraverso continui salti
temporali, come accade nel libro ma anche come piace fare oggigiorno al
cinema. E forse l'unica cosa da riproverare al film è questa, quella ricerca
di modernità, di originalità, spesso affidata ai salti temporali continui, a
visioni non lineari, a immagini evocvative, come quella dell'ovulo fecondato
per raccontare una gravidanza. Già visto troppe volte, una scelta un pò
scontata. Invece il resto del film, specialmente nella seconda parte,
lentamente si compone insieme ai pezzi della storia, cresce la tensione, e
il finale, con il suo precipitare nell'abisso della tragedia, lascia
spiazzati coloro che non sanno tutta la storia (ho sentito le esclamazioni
dei presenti in sala!). Tilda Swinton sempre superba nelle sua
interpretazione, circondata da un'ottimo cast e da un Kevin, da piccolo, a
dir poco impressionante!
Avrei colentieri raccontato il terzo film che avevo in programma di vedere,
Restless di Gus Van Sant, ma dopo un'ora di fila non sono riuscita ad
entrare...anche questo fa parte del gioco: troppi appassionati di cinema
tutti insieme!! Ma va bene così, il programma di domani è talmente fitto che
un pò di riposo stasera va benissimo, soprattutto per scrivervi questo lungo
resoconto!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
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Primo giorno da Cannes
Solo il primo giorno e già sono totalmente conquistata da
questo festival. Innanzitutto dall'organizzazione...un turbinio di persone,
stand, film, nazioni, spazi immensi e tutto che gira vorticosamente, senza
grandi intoppi. E a me sembra già un miracolo! E poi il mare...potremmo dire
che è la colonna sonora, la scenografia o meglio, il coprotagonista del
festival. Non è vicino ai luoghi del festival, di più....ogni stand affaccia
sulla striscia di sabbia che si getta direttamente nel blu...ed è su quella
striscia di sabbia, seduta all'ombra dello stand di Europa Cinemas, che ho
trascorso le prime ore della mattinata, alle prese con lo studio del
programma...perchè talmente tante le sale e le proiezioni che bisogna
applicarsi seriamente per capire cosa fare! Alla fine lo studio ha prodotto
la visione di due film. The falling love, di Marcel Provost, il regista di
Seraphine, che abbiamo visto quest'anno al Cinema Farnese. Regia molto
presente, splendidi colori, tutto molto curato e ricercato per un film
difficile, visti i lunghi silenzi e la scelta di non creare empatia con i
personaggi ma di guardarli in uno specchio. Come quello da cui spesso
vengono inquadrati i personaggi, in una sorta di sdoppiamento raccontato
attraverso un'inquadratura. Un film da guardare, per appassionati di cinema.
Ma il momento clou della giornata è stato il film serale. Prima perchè sono
riuscita ad avere l'invito per la proiezione delle 2300, seconda proiezione
della serata di apertura. Poi perchè ho dovuto indossare uno dei vestiti da
sera che ho portato, il che giustifica il peso della mia valigia. Terzo
perchè era il film di Woody Allen. Che dire del film? Midnight in Paris è
una di quelle commedie-divertissement in cui l'autore prende un cast di
stelle, si diverte a inserire le cose che più gli piacciono, cita in maniera
macroscopica attraverso immagini e frasi, in un divertentissimo gioco di
grande ironia. E poi Parigi, la pioggia, l'amore....adatto per gli ultimi
dei romantici e per quelli che anche se non lo sono, amano immergersi,almeno
al cinema, per un'ora e mezzo, nel sogno dell'amour! Alla faccia di ogni
clichè! Una menzione speciale per il cameo di Adrien Brody alias Dalì:
perchè anche i rinoceronti si amano!!!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab