Speciale
Farnese CinemaLab alla Croisette

1mo giorno

Settimo giorno da Cannes
Sveglia alle 6 e 30 del mattina, treno delle 7 e 10 e ingresso in sala entro le 8, per la proiezione delle 8 e 30. La dura vita del cinefilo! Ma questa volta ne valeva davvero la pena. Le Havre è il film di Kaurismaki con cui ho inaugurato la giornata. Che dire? Lasciatemi vagare sull'onda dell'entusiasmo!! Divertente, accuratamente realizzato per sembrare nei colori un film hollywood anni '50, leggero nel racconto, pur nell'affrontare un tema attuale e difficile, quale quello dei clandestini, dell'immigrazione. Come ha ben detto Mario, l'altra faccia di Welcome.
Battute esilaranti, grande ironia, anche la musica di Gardel, per non parlare del concerto di Little Bob...insomma, applausi a scena aperta, soprattutto al poliziotto ananas-munito!
Da non perdere!! Immancabile!
Nel pomeriggio ho visto invece Corpo celeste, un film italiano, che credo sia già in sala in Italia o in procinto di uscire. Per chi ha frequentato il catechismo, la parrocchia, c'è da dire che rappresenta tristemente una parte di realtà...per fortuna non sempre e non dovunque è così, ma Marta ha purtroppo incontrato una di quelle catechiste che al mio paese chiamano le "velone"...cioè donne non realizzate che cercano un posto al sole nell'unico ambito in cui hanno la possibilità di evadere da una realtà che le rende infelici... un prete che ambisce ad una parrocchia più grande, che possa metterlo in vista, il voto di scambio... Marta ha la sincerità della sua età, da offrire, e di fronte alla crudeltà e infelicità del mondo dei grandi, ha il coraggio di rifiutare di stare al gioco, di rifiutare la forma, le convenienze...ma di essere sincera fino in fondo, andando dove questa sincerità vorrà portarla. Bello, equilibrato, soprattutto, senza eccessi di "originalismo" a tutti i costi, che è un grandissimo pregio, con alcune scene memorbaili,come la camminata di Marta inqudrata di spalle con il vento che scompiglia...la spazzatura!
Il terzo film della serata non voglio neanchec itarlo...sono stanca e non vale la pena sprecare tempo prezioso...tanto non arriverà mai in Italia!! Ma intanto ho appena avuto l'invito per la proiezione di gala di Almodovar per domani sera...ah, red carpet di nuovo! Mi tocca!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab
 

Sesto giorno da Cannes
Prima di passare al racconto dei film visti e alle emozioni del red carpet, vorrei raccontarvi di alcuni personaggi che mi è capitato di incontrare in questi giorni. Rispetto al festival di Venezia, Cannes è meno umano, nel senso che dà meno opportunità di conoscenza e di scambio, ma semplicemente per un discorso di grandezza, di una realtà gigantesca che corre e si muove da una parte all'altra della città. Ma questo non vuol dire che non ci possano essere occasioni di scambio, e soprattutto interessanti storie che aiutano la riflessione. Ad esempio, la mia vicina di treno, oggi pomeriggio, era la figlia di un immigrato siciliano. Ma, un immigrato siciliano che veniva dalla Tunisia, dove era emigrato precedentemente suo padre. Quindi il giro è stato Sicilia, Tunisia, Francia. E la stessa cosa ci ha raccontato un ristoratore, due sere fa, dicendoci "talìa", e scherzando sul fatto che suo nonno era di Trapani e non di Corleone. Lascio a voi qualsiasi riflessione su tante situazioni di cui parliamo ultimamente.
Due altri personaggi meritano una menzione: un gentile signore che, seduto accanto a me in sala, ad un certo punto ha tirato fuori dallo zaino un sacchetto di madeleine (e mi ha fatto pensare a Proust!) offrendomele, e una signora che domenica mattina continuava a parlarmi in francese, sebbene le avessi detto di non comprenderlo, e poi ha preso il giornale, mi ha mostrato Johnny Depp e mi ha detto, senza ironia: "Questo è il mio fidanzato!".
Per quel che riguarda i film questa volta cominciamo dall'ultimo, quello di Malick. Intanto l'ho visto avendo in sala Brad Pitt e Sean Penn...e potrei dire: ho detto tutto! Ma, a parte l'ironia, devo confessarvi che è stato emozionante passare sul red carpet, avendo ai lati tutti questi fotografi assiepati, in smoking, che fotografano anche te che sei un perfetto sconosciuto...insomma, l'adrenalina sale comunque! E poi il volto di Sean Penn...che spettacolo, parla anche se è immobile!
Sul film non so come pronunciarmi....The tree of life è un film difficile, un discorso sia personale che artistico del regista, un film difficile per una sala...bellissime immagini ed ecco, forse troppo...ovviamente il parere è mio, ma sinceramente mi è sembrata una ricerca "non sincera", o comunque spinta troppo oltre. Bella l'idea di raccontare l'infanzia, un tratto di vita dei protagonisti,non attraverso il racconto puntuale delle vicende, una storia, come siamo abituati al cinema, ma attraverso i momenti, vorticosamente liberati sullo schermo uno dietro l'altro. Poi gli inserti quasi documentaristici, sull'origine dell'uomo, del mondo, la natura.Ed ecco, forse questa è una delle cose che non mi è piaciuta, la voce un pò sussurrata, quasi da hotline, che pronunciava questi farsi-sermoni...con l'ulteriore difficoltà di capirla, visto che era con accento americano, e coperta quasi dalla musica. Ecco, la musica l'ho trovata superlativa!!Insomma, un film complesso, che va studiato, analizzato, assimilato forse...e magari torneremo a parlarne in un altro momento.
Dopo una bella passeggiata turistica per Cannes, la mattina si è aperta con Unforgivable, di Techinè. Ambientato a Venezia, racconta una, due, cinque, dieci storie...nel senso che tanti sono i percorsi che si dipanano, ma senza una precisa definizione di quello principale, e l'effetto finale mi è sembrato quello di un film un pò superficiale...bellissima,da togliere il fiato, Carole Bouqet, una bravissima Adriana Asti, qualche marchetta sparsa quà e là nel film....e soprattutto i soliti stereotipi sugli ialiani, che si sposano presto, cantano e mangiano...e poi due ore!! Ma i signori registi contemporanei si ricordano che il proprio del linguaggio cinematografico è il montaggio? Perchè non lo usano? A me sembra che davvero inseriscano quasi tutto quello che girano....tagliate, il pubblico ve ne sarà grato... a meno che davvero non si abbia qualcosa in più da dire!!
Il pomeriggio è poi proseguito con The Island, di Kalev. Un film strano, che alla fine credo che sia fondamentalmente un film sui film, e sui diversi registri che un film può avere. Si parte con tutti gli elementi del thriller, un inizio tranquillo, poi il primo plot point, direbbero i tecnici, e la vicenda si introbidisce, e il film comincia a deviare verso lo psicologico, ma vira talmente tanto che sfocia nella tragedia greca, e successivamente nella visionarietà!! E fin qui....ma grandissimo colpo di scena, al secondo plot point, ecco che il protagonista fa una chiamata, che sembra annunciare il tranquillo happy ending, ma....colpo di scena, il film cambia registro, e diventa praticamente una commedia, anche divertente, viste le risate in sala!! Diciamo almeno 4 film in uno. Se la cosa era voluta, coscientemente dal regista, è un genio....se è successo ma non se ne è reso conto...fate voi!!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab

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Quinto giorno da Cannes

Beh, il bottino dei film oggi ammonta a quattro titoli, ma non c'è storia. Percè il primo della giornata è stato Le gamin au velo, dei fratelli Dardenne, ed è anche quello che ha conquistato il podio, almeno per oggi. Perchè come al solito, i nostri registi riescono a realizzare un racconto non realista, ma reale, e i personaggi sono definiti, delineati, anche solo attraverso uno sguardo, un tick, un gesto, ma con grande efficacia, tanto da permettere allo spettatore di entrare nella vicenda e di conoscerli pur non sapendo tanti dettagli sui loro precedenti, su ciò che li ha portati ad essere ciò che sono quando li incontriamo. Ma la cosa più bella è la grande semplicità con tutto viene narrato, in un modo però mai retorico, mai banale, insomma, con quello scatto in più che solo i grandi hanno, riuscendo a dare risalto e valore alle cose più piccole, apparentemente più insignificanti.. Non c'è bisogno di grandi artifici, di trovate originali a tutti i costi, di effetti speciali. Un ragazzino, una bicicletta, un padre latitante e vigliacco, una parrucchiera. Ecco a voi, servita, una prelibatezza cinematografica. Come si dice sempre degli abiti da sposa (ma stavolta è vero!!ndr): semplice ma bello! Aggiungere altro mi sembra quasi superfluo, se non un affronto alla bellezza del film che va "semplicemente" visto. Da non perdere!!!!!!!!!!!!!!
I successivi tre titoli sono tutti all'interno della Quinzaine des realisateurs e mi hanno visto presente al Theatre Croisette dalle 14 alle 2130. Probabilemnte da domani chiederò una bradina per rimanere direttamente a dormire in sala!
Il primo della lista è En Ville o Iris in bloom di Mrejen e Schefler. Tanto per cambiare tema (ndr!), si tratta fondamentalmente di una storia di formazione di una giovane ragazza (qui siamo un pò oltre l'adoloescenza, ma davvero di poco e quest'anno pare che non si sfugga dall'argomento, in qualunque sezione del festival, come detto già ieri). Qui siamo alle prese con Iris, che in attesa di decidere se andare a vivere con il suo pseudo-ex ragazzo a Parigi, incontra e intrattiene una relazione non meglio identificata con un fotografo, molto più adulto, che percorre il mondo con tanto di compagna ufficiale cercando di cogliere nei suoi scatti quei luoghi che secondo molti sono privi di una loro identità: rotonde, cartelli stradali, impalcature di palazzi in costruzione e via dicendo. Insomma, un film "intellettuale" o meglio, io direi, "intellettualoide", perchè i dialoghi filosofici sui grandi o piccoli sistemi (cito: ma le donne sono il futuro degli uomini?; Rigetto ogni tipo di ordine (riferito ai libri) - ma come li trovi?-Non sono io che li trovo ma loro che trovano me; La paura più grande è di ritrovarmi un giorno a essere diventata ciò che ora disprezzo etc etc) non giustificano i vuoti, anzi, io direi le voragini di sceneggiatura che ci sono...o meglio, forse il problema è che non c'è una sceneggiatura, nel senso comune del termine. La protagonista, insomma, vaga da una situazione all'altra senza una precisa consapevolezza di esistere, ma quasi in uno stato di tranche che la porta ad avere uno sguardo che guarda oltre, lontano.....troppo lontano, e infatti il film inciampa in una realtà che non riesce e non vuole rendere, ed un oltre, un livello di astrazione di cui però, purtroppo, non riesce a rendere le profondità.
Il successivo film è stato Play, di Ostlund. Il film secondo me è fatto benissimo, grande l'idea di raccontare la realtà di una società attraverso il racconto parallelo di due realtà stidenti tra loro, riuscendo, attraverso il gioco dei contrasti, a mettere in evidenza ciò che si vuole dire, ma il problema è la lunghezza del film. Probabilemnte a scuola non ci sono più i professori di un tempo, che raccomandavano, per quel che riguarda i temi, di essere "brevi, concisi e concettuosi). Perchè arrivati alla fine della prima ora di film, la storia, il confronto e le dovute deduzioni erano già state sviscerate (bullismo in una società apparentemente civile, corretta fino all'estremo, ma forse formale nella sua correttezza e soprattutto cieca di fronte ai drammi, anche qui, delle giovani generazioni di adolescenti), e nella seconda ora si è assistito ad una dilatazione, ripetizione di quanto detto, con effetti didascalici e ridontanti....pleonastici, avrebbero detto i bravi professori già citati. Insomma, un bel film all'interno di un film troppo troppo lungo rispetto a quel che vuole raccontare.
Il quarto ed ultimo film della giornata è stato Code Blue. Un cartello fuori del cinema avvertiva della presenza di scene che avrebbero potuto urtare la sensibilità degli spettatori, stessa avvertenza data dalla regista prima della proiezione, una collega mi aveva avvertito di non mangiare (e comunque chi ne avrebbe avuto il tempo!) prima del film per la crudezza delle sue scene. Beh, forse ormai sono abituata a vedere di tutto, non so, ma certo che alcune scene sono fortissime, difficili, oltre i limiti, così come lo è la storia del film, ma ho visto di peggio (e chi era al cinema a Bologna con me lo scorso novembre, fino alle due di notte, sa a cosa mi riferisco!). Stiamo parlando di una solitudine, che però sfocia in ossessione, in delirio (ci sono momenti in cui non si capisce cosa è realtà e cosa visione ossessiva), in omicidio attraveso inizioni letali ai malati terminali (la protagonista è un'infermiera), in una distorsione del sesso che porta un uomo e una donna a non riuscire a vivere un rapporto sessuale, e a dover ricorrere alla masturbazione anche in presenza di un partner perchè impossibilitati a vivere in maniera "naturale" un atto sessuale. Perversione, ossessione, masochismo, autodistruzione. Forse, non sono le scene quelle che possono urtare la sensibilità dello spettatore, ma il messaggio che portano con sè, se vi si ferma l'occhio della riflessione. Comunque, il film si segue benissimo, ed è girato davvero bene, con grande attenzione e capacità. Voglio riportare una sola battuta, che ho trascritto perchè riuscitissima. In un momento di crisi la protagonista si interroga sui suoi errori, sul senso del peccatto e l'anziana con cui sta conversando le dice: "Go to the church: they are in the forgivness business!". Ed una notazione: i dialoghi sono ridotti all'osso, il film è per la maggior parte del tempo silenzioso, almeno di dialoghi, se non di rumori. E quando c'è silenzio sullo schermo, all'improvviso quasi tutti gli spettatori vengono presi da tosse convulsa....una coindicenza, o l'imbarazzo di dover dare la parola al silenzio?
Lasciandovi a questa profonda riflessione, vi informo solo che per domani ho l'invito per la proiezione delle 1930 del nuovo film di Malick..presenti in sala: Brad Pitt e Sean Penn, oltre al regista, naturalmente! E anche una seconda mise serale giustifica il peso della valigia!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab

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Quarto giorno da Cannes
Mentre guardavo i primi due film della giornata mi è venuta in mente una riflessione. Come era successo a Venezia, dove avevo trovato un tema ricorrente che legava molti film, in maniera trasversale, e cioè quello del ritorno a casa, alla ricerca di sè stessi attraverso le proprie radici, a Cannes potremmo dire che il tema dominante è "la rabbia giovane", citando il Malick che stiamo aspettando ansiosamente. Perchè sono già tre i film che ho visto (We need to talk about Kevin, La fin du silence, The giants), ma a cui si aggiungono Sleeping Beauty e Restless di Gus Van Sant, in cui protagonisti sono proprio gli adolescenti, la loro rabbia, la loro inquietudine, il loro modo di declinare l'amore, in famiglia, con gli amici, o alle prese con un partner.
La fin du silence è il primo della serie. Una famiglia alle prese con la rabbia e la violenza di Jean, che sfoga sui propri familiari tutto ciò che probabilmente non riesce ad affrontare con sè stesso. Una famiglia impotente, che rimane prigioniera anche del pregiudizio per questa "pecora nera" che sconta, come sempre succede, anche gli errori degli adulti, di un padre violento, di rapporti sentimentali complicati, delle difficoltà di essere fratelli. Luce calda, una bellissima scena di inseguimento nel bosco, molte scene al buio, primi piani e inquadrature dal mirino del fucile che Jean punta sulla selvaggina come sulla sua famiglia. Una carneficina di sentimenti. Con interessante e straniante sottofondo di batteria su crescendo da tragedia greca del finale.
A seguire The Giants di Bouli Lanners. Ecco di nuovo tre under 18, due fratelli e un amico, alle prese con la vita da adulti. Abbandonati, in tanti modi, dagli adulti che li circondano, fanno della loro amicizia l'occupazione della loro estate solitaria. Le loro "imprese" sono raccontate in maniera divertente, ironica, con un tocco di leggerezza, ma anche con un ritmo che forse un po' si perde nella seconda parte del film. Ma forse solo perchè le vicende costringono i tre ragazzini diventare giganti di fronte alla vita,a rispondere con la violenza alla violenza, a prendere la responsabilità della loro scelte, e biondi ossigenati come Mirko dei Beehive, a prendere il largo del loro nuovo viaggio, che comincia con il lancio di un telefonino in acqua.
Splendida l'interpretazione dei tre ragazzini, grande colonna sonora, perfetta per raccontare in musica la storia del film.
Dopo un pomeriggio trascorso ad ascoltare dei parlamentari europei circa i programmi Media ed altri dati sul cinema Europeo, e una passaggio a spintoni su una Croisette gremita fino all'inverosimile per dei "pirati", il pre-serale mi ha regalato un film di animazione in 3D. Tales of the night, di Michel Ocelot. Tante storie, legate ai racconti e alle leggende di varie popolazioni nel mondo (Africa, Sudamerica, India etc) raccontate attraverso i bellissimi disegni che raffugurano longilinee figure nere di uomini e donne di cui distinguiamo solo i profili e gli occhi, aperti su ciò che sta per essere raccontato. Molto educativo, perfetto per i ragazzi e i bambini, anche in una visione a più riprese, vista la brevità delle diverse storie raccontate.
Per oggi solo tre film....ma domani mattina mi attendono i Dardenne, in compagnia di altri 4 o 5 film... può bastare per oggi?
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab

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Terzo giorno da Cannes
La giornata non è ancora finita (vi scrivo all'una di notte!). Il mio "amico" Nanni ha avuto la proiezione del suo Habemus Papam, ma tutti gli italiani presenti a Cannes lo avevano già visto, e allora parliamo degli altri film visti oggi.

La giornata non si è aperta così bene come ieri. The Other side of Sleep della Daly è un thriller, direi psicologico, che, per dirla brutalmente, mi ha annoiato. Troppo cupo, troppo incentrato sulle ossessioni, gli incubi , il sonnambulismo pericoloso, le punizioni corporali e le uscite di matto di una giovane ragazza...di cui però non si danno grandi spiegazioni, se non nella morte violenta accaduta 20 anni prima, analoga a quella di una ragazza del posto nei giorni in cui si svolge la storia, di una madre che Arlene non ha quasi conosciuto. Sguardi inebetiti, silenzi che vogliono essere carichi di qualcosa ma che risultano indecifrabili, acceleratore premuto sulla recitazione della protagonista, che però ho visto con lo stesso sguardo alla conferenza stampa .(?) Manca soprattutto una buona scrittura, secondo me, il resto non poteva colmare tale vuoto. Alla fine della proiezione il silenzio di tomba di una sala inebetita ha parlato più di mille recensioni.

Ma per fortuna il secondo film della mattina ha impresso una svolta rispetto al precedente. Sto parlando di Jeanne Captive, or The Silence of Joan di Ramos. Un film in costume, siamo nel 1430, e la storia parte dal momento in cui Giovanna d'arco si getta della torre dove è prigioniera. Sopravvissuta, verrà imprigionata nuovamente e venduta agli inglesi, prima di finire sul rogo. Ma quello che il regista è andato ad indagare non è tanto la vicenda storica, quanto la vicenda umana di Jeanne, e soprattutto il suo rapporto con gli uomini che incontra, comportandosi conseguentemente. "My men decided what you are for them; a witch to burn" dirà un comandante inglese ad un certo punto. Ma non è per questo che Jeanne tace. Il suo silenzio corrisponde a quello delle voci che in precedenza l'avevano accompagnata. "Without my voices, I'm nothing" dirà ad un certo punto. Jeanne si sente abbandonata da quel Dio che ritroverà solo di fronte all'immensità del mare, e sarà solo allora che troverà voce il suo coraggio, consentendole di percorre il suo cammino di croce.
A capire ed urlare la donna che Jeanne era veramente sarà un altro uomo, un predicatore (lo splendido, come sempre, Amalric!),che così riassumerà la storia della donna: "Il cuore di Jeanne, era tutto quello che voleva offrirvi!". Il regista ha curato tutto personalmente, anche la fotografia, e speriamo che continui a farlo visti i risultati. Mentre guardavo il film, estasiata, mi veniva in mente un solo nome: Ermanno Olmi, e mi tornavano alla mente le splendide immagini de Il mestiere delle armi. Ma anche la stessa attenzione ai dettagli della natura, alle piccole creature e ai movimenti più belli ed impercettibili. Luce bianca in esterno, luca calda solo su Jeanne che viaggia dentro il carro, il buio illuminato solo dalle fiaccole, o da una candela, le riprese del basso dei cavalieri, le campane e lo stridore dei carri, insomma una fotografia ed una regia che parlano ancor più dei dialoghi. E poichè siamo al cinema, e quello delle immagini è il suo linguaggio, evviva!!! Insomma, avete capito o no che questo film mi è piaciuto molto?

A ruota è venuto il tedesco Above us only sky di Schomburg, già premiato alla scorsa Berlinale, ma che ancora non ha distribuzione in Italia, come mi ha detto il bel tenebroso responsabile della Bavaria Film international. Un film che ti spiazza, che, come dice Camilleri vada fatto nei gialli, non dà più informazioni allo spettatore di quelle che ha la protagonista, e quindi permette di sentire, di assumere su di sè, il trauma vissuto dalla protagonista. E si va alla scoperta, attraverso una regia che spesso incornicia l'immagine all'interno dell'inquadratura (come piace tanto a me!) degli strani percorsi che una persona può seguire per cercare di curare le proprie laceranti ferite. E siccome non si può vivere in un paese con un cielo grigio, la risposta è l'andare a sud, a Marsiglia, per esempio, dove c'è sempre il sole ...o almeno, quella che conta è la speranza che possa splendere davvero in una vita oscurata dal dolore. Bello e intenso.

Last but not least, l'islandese Volcano di Runarsoon. Il titolo può trarre in inganno. Il Vulcano si trova sull'isola da cui i protagonisti vengono, e a cui, in un certo senso, torneranno, ma la storia è semplicemente una storia d'amore. Non di adolescenti, non di giovani, non in crisi. Ma è la storia di quell'amore più profondo, più intenso, quasi incomprensibile, che unisce un uomo e una donna da 40 e più anni...nonostante l'uomo sia un intrattabile, con un carattere irascibile, tanto che gli stessi figli si chiedono il perchè dell'amore della madre verso quest'uomo. Ma ques'uomo dimostrerà di poter superare sè stesso, il proprio carattere, i propri limiti, e le abitudini di una vita, per soccorrere, curare, amare, senza riserve, la sua Anne. Anche qui molti giochi di specchi, di immagini non riportare direttamente, di sguardi dell'autore (e quindi dello spettatore) attraverso scorci, porte semiaperte, cornici all'interno delle inquadrature. E soprattutto primi piani, ma più spesso profili, che volgono lo sguardo verso un dove che ci viene il desiderio di capire, di scoprire guardando il film. Fino all'applauso finale, liberatorio di quel dolore e l'esperienza di aver visto sullo schermo cosa è in grado di fare l'amore di fronte al dolore.
Mi pare tutto per oggi....vi sembra poco?
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab

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Secondo giorno da Cennas
La giornata si è aperta con una ventata di allegria. Quella portata sulle mie labbra e su quelle di una sala piegata in due dalle risate per la favola surreale che è The Fairy, La Fèe, una commedia divertente, strampalata come i suoi protagonisti, allegra come i colori della fotografia, semplice come le comiche, ma mai banale. Un Solonodtz allegro, osereri dire! Un film a sei mani, visto che i registi sono anche i tre attori principali, Dom, Fiona e Bruno, cioè Abel, Gordon e Romy. Sei mani che disegnano un cane in una valigia, una donna che si dà il rossetto mentre corre inseguita da una commessa, un appuntamento al bar "L'amour flou", un balletto sott'acqua, una "What's a difference a day makes" che viene sempre interrotta e "Youkali is the land of your desires, is happyness and dreams...but Youkali does not exist!" E un pò come succede nell'Illusionista (di Chomet, ndr), la conclusione scritta sulla lavagna è che "Les fèes n'existant pas", "the fairies do not exist". Ma per fortuna c'è sempre tempo per esprimere il terzo desiderio! Come dice Fiona: "Take your time!".
Piccolo intermezzo per la prima riunione della giuria di cui faccio parte, quella dell'Europa Cinemas Label all'interno della Quinzaine (che emozione, posso dire di essere una collega di De Niro, in questa Cannes 2011!) e poi di nuovo di corsa verso un'altra proiezione!
Il secondo film della giornata è un film del concorso principale (il precedente è della Quinzaine des Realisateur), We need to talk about Kevin di Lynne Ramsay. Ho scelto di vederlo perchè c'era qualcosa nel titolo che mi sembrava familiare. Vedendo il film ho capito cosa! Ho letto il libro da cui è tratto! Man mano che la storia andava avanti mi dicevo: ma come mai conosco già questa storia? Il film, come il libro, è drammatico. Una storia dura, difficile, complessa, che è stata resa attraverso continui salti temporali, come accade nel libro ma anche come piace fare oggigiorno al cinema. E forse l'unica cosa da riproverare al film è questa, quella ricerca di modernità, di originalità, spesso affidata ai salti temporali continui, a visioni non lineari, a immagini evocvative, come quella dell'ovulo fecondato per raccontare una gravidanza. Già visto troppe volte, una scelta un pò scontata. Invece il resto del film, specialmente nella seconda parte, lentamente si compone insieme ai pezzi della storia, cresce la tensione, e il finale, con il suo precipitare nell'abisso della tragedia, lascia spiazzati coloro che non sanno tutta la storia (ho sentito le esclamazioni dei presenti in sala!). Tilda Swinton sempre superba nelle sua interpretazione, circondata da un'ottimo cast e da un Kevin, da piccolo, a dir poco impressionante!
Avrei colentieri raccontato il terzo film che avevo in programma di vedere, Restless di Gus Van Sant, ma dopo un'ora di fila non sono riuscita ad entrare...anche questo fa parte del gioco: troppi appassionati di cinema tutti insieme!! Ma va bene così, il programma di domani è talmente fitto che un pò di riposo stasera va benissimo, soprattutto per scrivervi questo lungo resoconto!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab

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Primo giorno da Cannes
Solo il primo giorno e già sono totalmente conquistata da questo festival. Innanzitutto dall'organizzazione...un turbinio di persone, stand, film, nazioni, spazi immensi e tutto che gira vorticosamente, senza grandi intoppi. E a me sembra già un miracolo! E poi il mare...potremmo dire che è la colonna sonora, la scenografia o meglio, il coprotagonista del festival. Non è vicino ai luoghi del festival, di più....ogni stand affaccia sulla striscia di sabbia che si getta direttamente nel blu...ed è su quella striscia di sabbia, seduta all'ombra dello stand di Europa Cinemas, che ho trascorso le prime ore della mattinata, alle prese con lo studio del programma...perchè talmente tante le sale e le proiezioni che bisogna applicarsi seriamente per capire cosa fare! Alla fine lo studio ha prodotto la visione di due film. The falling love, di Marcel Provost, il regista di Seraphine, che abbiamo visto quest'anno al Cinema Farnese. Regia molto presente, splendidi colori, tutto molto curato e ricercato per un film difficile, visti i lunghi silenzi e la scelta di non creare empatia con i personaggi ma di guardarli in uno specchio. Come quello da cui spesso vengono inquadrati i personaggi, in una sorta di sdoppiamento raccontato attraverso un'inquadratura. Un film da guardare, per appassionati di cinema.
Ma il momento clou della giornata è stato il film serale. Prima perchè sono riuscita ad avere l'invito per la proiezione delle 2300, seconda proiezione della serata di apertura. Poi perchè ho dovuto indossare uno dei vestiti da sera che ho portato, il che giustifica il peso della mia valigia. Terzo perchè era il film di Woody Allen. Che dire del film? Midnight in Paris è una di quelle commedie-divertissement in cui l'autore prende un cast di stelle, si diverte a inserire le cose che più gli piacciono, cita in maniera macroscopica attraverso immagini e frasi, in un divertentissimo gioco di grande ironia. E poi Parigi, la pioggia, l'amore....adatto per gli ultimi dei romantici e per quelli che anche se non lo sono, amano immergersi,almeno al cinema, per un'ora e mezzo, nel sogno dell'amour! Alla faccia di ogni clichè! Una menzione speciale per il cameo di Adrien Brody alias Dalì: perchè anche i rinoceronti si amano!!!
Elena Mascioli per Farnese CinemaLab